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MONOLOGU I JETIMIT

  • Immagine del redattore: edlira jorgji doko
    edlira jorgji doko
  • 14 apr 2018
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 31 gen


Dhe jeta ne kurbet, te ha shpirtin,

Muzgu eshte i zi; Dielli del nga folja e reve

Si qengji i therrur i Pashkes ne prill; Me pelerinen e hijeve hena Per yjet e arratisur Cdo perendim fle mbi gjemba;

Lulet qajne ne zhurmen e shiut Si nena ne shkalle qe pret djalin e ikur, Si kenga e babait ne mengjes: "Nene, o moj, nene Pse me le jetim!

Ne lot e ne brege

digjet shpirti im! S'i pashe syte e tu Te dyja duart e arta,

c'me bere keshtu,

o drite plagmadhja?

Te flija ne preherin tend; Pa le te me qortoje.

Nene cdo zgjim them gjersa dheu te me mbuloje

Sofije pse me le jetim! Oh, oh, moj Sofije!...

Kam nje kopsht me yje,

kater vajza e dy djem,

niper e mbesa plot dymbedhjete, Eja nje nate fshehur e ti shikosh! Fol nje fjale te degjoj Zemren e mardhur te gjalleroj...

Ike nuse, ike ere nje pranvere Dhe gjeta aromen e njome ne det Dhe s'pate meshire te braktisje djalin ne cice, Dhe s'qave perendi te me shikoje veshur dhender; Nuk kam kujtime te kujtoj per dhimbjen nen qerpik mberthyer Dhe luaj ne vjeshte vdes e rilind tek te therras: o nene!

Keshtu humbem ne qiej te ndryshem! Ne Greqi bredh rruget e huaja te bej pazarin, Se ti e di mire qe babai erdhi tek ty ne drite kaluar, Se ti e di mire qe malli me ka marre Dhe para se te mbyll diten ja si futem ne enderr; Se ti e di mire qe gjoksin e kam plot me plage, Per perkedheljen e bardhe jam lot i gjakosur, Per buzeqeshjen e syve jam djali i verber Per mungesen e gjate jam ninulla e varrosur..." Verona me 14 prill, 2018 11:35




# Traduzione in italiano


Il monologo dell'orfano


E la vita in esilio ti divora l’anima.


Il crepuscolo è nero;

il sole esce dal velo delle nuvole


come l’agnello pasquale sgozzato in aprile;

con il mantello delle ombre, la luna

per le stelle fuggitive

ogni tramonto dorme sui rovi.


I fiori piangono nel rumore della pioggia

come una madre sui gradini che attende il figlio fuggito,

come il canto del padre al mattino:


“Madre, oh madre,

perché mi hai lasciato orfano?


Tra lacrime e rive

si brucia la mia anima!


Non ho visto i tuoi occhi,

né le tue mani d’oro,


cosa mi hai fatto,

o luce dal grande dolore?


Dormirei nel tuo grembo;

lascia pure che tu mi rimproveri.


Ogni risveglio, madre, dico

finché la terra non mi coprirà.


Sofie, perché mi hai lasciato orfano!

Oh, oh, mia Sofie!...”


Ho un giardino di stelle,

quattro figlie e due figli,

nipoti e pronipoti, dodici in tutto.

Vieni una notte di nascosto e guardali!


Di’ una parola, che io la senta,

per ridare vita al mio cuore gelato…


Te ne sei andata sposa, te ne sei andata come il vento di una primavera,

e ho trovato il tuo profumo fresco nel mare.

E non hai avuto pietà nel lasciare il figlio alla culla,

e non hai pianto per pregare Dio che mi guardasse vestito da sposo;

non ho ricordi da ricordare per il dolore fermo sotto le ciglia,

e gioco nell’autunno, muoio e rinasco quando ti chiamo: madre!


Così ci siamo persi in cieli diversi!

In Grecia cammino per strade straniere a fare la spesa,

perché tu lo sai bene che il padre è venuto da te passando nella luce,

tu lo sai bene che la nostalgia mi ha preso,

e prima che chiuda il giorno, ecco come entro nel sogno;

tu lo sai bene che il petto ce l’ho pieno di ferite,

per la carezza bianca sono una lacrima insanguinata,

per il sorriso degli occhi sono un figlio cieco,

per la lunga mancanza sono una ninna nanna sepolta…”


Verona, 14 aprile 2018 – 11:35



Il monologo dell'orfano



La vita in terra straniera divora l’anima.

Il crepuscolo è nero;

il sole filtra tra le nuvole

come un agnello di Pasqua sacrificato in aprile.


La luna veste il mantello delle ombre,

e per le stelle fuggitive

ogni tramonto si adagia sui rovi.


I fiori piangono nel frastuono della pioggia,

come una madre sui gradini

in attesa del figlio fuggito,

come il canto del padre all’alba:


“Madre, oh madre,

perché mi hai lasciato orfano?

Tra lacrime e rive ardenti

si consuma la mia anima!


Non ho visto i tuoi occhi,

né le tue mani d’oro…

cosa mi hai fatto,

luce dal dolore antico?


Avrei dormito nel tuo grembo,

e avrei accolto persino i tuoi rimproveri.

Ogni risveglio ancora ripeto:

finché la terra non mi coprirà.


Sofie, perché mi hai lasciato orfano?

Oh, mia Sofie…”


Ho un giardino di stelle:

quattro figlie, due figli,

e dodici nipoti.

Vieni una notte, nascosta, e guardali.


Dimmi una parola soltanto,

che il mio cuore gelato torni a vivere.


Te ne sei andata sposa,

vento leggero di primavera,

e il tuo profumo giovane l’ho trovato nel mare.

Non hai avuto pietà nel lasciare tuo figlio alla culla,

né hai pregato perché Dio mi vedesse vestito da sposo.


Non ho ricordi da stringere

quando il dolore mi resta saldo sotto le ciglia;

nell’autunno gioco con la vita,

muoio e rinasco ogni volta che ti chiamo: madre.


Così ci siamo smarriti in cieli diversi.

In Grecia percorro strade straniere per fare il mercato,

perché tu lo sai:

tu sai che mio padre è venuto a te passando nella luce,

tu sai che la nostalgia mi divora,

e che prima di chiudere la giornata

mi rifugio nel sogno.


Sai che il petto è pieno di ferite;

per una carezza sono una lacrima di sangue,

per un sorriso sono figlio cieco,

per la tua lunga assenza

sono una ninna nanna sepolta.






 
 
 

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